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La via per Kabul. Turchia, Persia, Afghanistan 1939-1940
di Annemarie Schwarzenbach

recensione di Mariateresa Funtò

 “Alle mie spalle, a sud, le cime azzurre dell’Hindu Kush si levano talmente irreali da rivaleggiare solo con il chiarore che inonda le notti di luna piena. La base di quei monti è invisibile e, poiché poggia su ghiaioni, sembra sfuggire alla gravità terrestre. Talvolta si ha perfino l’impressione che il massiccio si innalzi, non si sa come, dai giardini, dai vicoli stretti tra muri di argilla gialli, dai piccoli prati dove cresce a malapena qualche gelso, dai campicelli di grano e dai minuscoli campi di cotone, dal letto stretto e sinuoso di un fiume, che deve nascere lassù, forse proprio nella solitudine dei ghiaioni o forse in una valle ridente. Sì, qui ci sono giardini che sembrano dispensare qualche conforto e dietro i muri che si sbriciolano vivono contadini, tagiki, uzbechi e turkmeni – i nostri fratelli poveri, persone come noi.”

1939-40: oltre la soglia dell’attesa, oltre l’ennesimo tentativo di disintossicarsi, oltre le alte montagne dell’Engadina, Annemarie vuole andare oltre, forse scappare. Dalla guerra, da una patria non belligerante; da una famiglia, quella di nascita, militarista per tradizione, filonazista e guerrafondaia; dall’altra famiglia, quella d’adozione, i Mann e gli altri intellettuali berlinesi, alcuni in prima linea all’opposizione altri allo sbaraglio, o già in esilio.

Yverdon: dalla clinica di lusso dove si sottoponeva alla terapia del sonno, che avrebbe dovuto aiutarla contro la dipendenza da alcool e morfina, Annemarie scrive a Ella Maillart invitandola ad andare a trovarla. Ed Ella acconsente.

Ella Maillart, ginevrina, scrittrice e giornalista, grande sportiva, antropologa, nel 1938 era all’apice del successo in Svizzera, conosciutissima per le sue imprese. Vorrebbe lasciare l’Europa, intraprendere un altro viaggio in Asia, alla ricerca di alcune tribù che vivevano isolate sulle montagne del Pamir. Ma le mancano i soldi. Le due donne decidono di viaggiare assieme, accollandosi entrambe una buona parte di rischio. Personalità molto diverse, addirittura opposte, un’auto, un viaggio avventuroso alla scoperta di se stesse.

Partiranno nel giugno del ’39, con la Ford Roadster de luxe, 18 CV, che il padre di Annemarie le aveva regalato. Avevano in tasca, oltre ai passaporti internazionali rilasciati a Parigi dall’ambasciatore egiziano, contratti con agenzie di stampa, editori di libri e di riviste. Gli anticipi di 4000 franchi svizzeri sarebbero dovuti bastare alle spese di viaggio. Perché Annemarie non intende chiedere null’altro ai suoi, vuol dimostrare ancora una volta di poter fare da sé.
La via per Kabul, edito da il Saggiatore nel 2000, è il libro che raccoglie alcuni degli oltre ottanta articoli e reportages giornalistici che Annemarie scrive durante il viaggio. Ella Maillart pubblicherà un resoconto molto dettagliato dello stesso viaggio in un libro edito in Italia col titolo La via crudele, EDT 1993.

Trovo che leggere entrambi, quasi in parallelo, sia interessante. Il libro di Ella ci offre molti elementi di carattere personale, di sé e della compagna, racconta aneddoti del viaggio con Christina, lo pseudonimo che usa per Annemarie e coglie molti aspetti della personalità dell’amica, che si sono rivelati utilissimi a ricostruirne la biografia. Inoltre il libro, che è servito come partenza per la sceneggiatura del film Die Reise nach Kafiristan, mostra la felice vena descrittiva dell’autrice ed è ricco di dettagli storici. Un ottimo contraltare al testo di Annemarie Schwarzenbach, che non è un libro di viaggio e neppure intendeva esserlo, non presenta gli stessi elementi autobiografici, ma ha un taglio giornalistico, quindi descrittivo.

Non dimentichiamo che La via per Kabul è una raccolta postuma, curata da Roger Perret, il filologo svizzero a cui si deve la riscoperta dell’opera della Schwarzenbach, pertanto non presenta una struttura narrativa autonoma, né coerenza interna, sebbene tutti gli elementi tipici della scrittura della Schwarzenbach siano presenti: l’immedesimazione con i luoghi, la peregrinazione solitaria, l’indagine psicologica sul senso di appartenenza e sulla fratellanza universale, il profluvio di dettagli visivi degni della sua maestria di fotografa, le riflessioni politiche appena accennate e subito lasciate cadere, perché poco utili ai suoi committenti. Anzi, pericolose, per sé e per la sua compagna di viaggio.

Il libro di Annemarie è sempre in presa diretta, senza divagazioni storiche, senza cornici introduttive. E dire che lei era una storica ed aveva praticato l’archeologia. Ma non indulge in sfoggi di cultura. In alcuni passi del libro, torna a chiedersi se ciò che resta delle epoche passate - i trionfi e le cadute - davvero non valga ad insegnare nulla sul presente.
C’è un’enfasi rivolta all’universale, negli articoli di Annemarie, un rincorrere l’afflato umano aldilà delle circostanze e, soprattutto, delle differenze, delle ingiuste differenze.

In un passo del suo libro, Ella Maillart ci dà una chiave, laddove riferisce un dialogo fra lei e Christina durante il quale cerca di consolare l’amica, indirizzandola verso un modo più costruttivo di guardare alla vita e di godere delle sue fortune, non solo economiche: le dice che non può rimediare alle cose del mondo e che non potrà mai sacrificarsi abbastanza, semplicemente perché non si può nascere allo stesso tempo in due mondi opposti, poveri e ricchi, europei e asiatici, duri e sensibili.
Ma Annemarie segue la sua rotta segreta. E alla fine, dopo anni, dopo la morte di Annemarie, Ella affermerà che l’amica è riuscita nel suo intento: quello di raggiungere il Centro di se stessa. Il motivo “reale” per il quale erano partite.

Ogni articolo offre uno spaccato umano, o uno scorcio preciso ed alcuni sono sorprendenti per il taglio modernissimo, addirittura attuale. Come quelli della sezione dedicata alle donne afghane. Il chador della donna francese che aveva sposato un afghano e la sua povera rassegnazione; i cortili dei vasai e il rimpianto di non appartenere a quella gente semplice che trova tutto nell’imparare dal padre, cosa che lei non volle mai per sé, né la famiglia le consentì; i giardinetti degli afghani delle montagne e i loro campi pieni di frutta, tanto diversi dai cortili sterrati dei tagiki; i vicoli dei bazar; le moschee; i siti degli archeologi; le carovane.

Ci sono moltissimi elementi che torneranno in veste di romanzo nei libri La valle felice e Morte in Persia, che sono poi l’uno la riscrittura dell’altro. Elementi psicologici, soprattutto, esistenzialisti, dalla forte connotazione biografica. Ma ci sono moltissimi altri elementi che ci aiutano a comprendere meglio aspetti fondamentali di quei luoghi e di quelle genti, osservazioni puntuali, analitiche; aspetti sociologici e culturali, insidiose pieghe della storia, che si sono rivelati a distanza di sessant’anni capaci di segnare il nostro tempo e parte di quello che verrà.
Annemarie ci trasporta dentro la sua stessa fascinazione, trasmettendocela anche solo con i nomi delle montagne e delle città, nomi come evocazioni, epifanie: Damavand, Hindu Kush, Pamir, Isfahan, Kandahar, Kabul.

Come i ghiaioni delle vallate, che si formano durante le ere interminabili, effetto di dilavazioni e di sconvolgimenti, il residuo delle sue parole si deposita in noi attraverso lentissime operazioni mnemoniche e subconscie, e ci restituisce il senso di una grandezza interiore addirittura superiore all’eccezionalità della sua straordinaria avventura: perché è tuttora straordinario che due donne sole, nel 1940, siano arrivate guidando una Ford, per migliaia di chilometri, fino a Kabul.
E ci conferma nel pensare che la scrittura fosse per Annemarie, come scrive Maillart, “l’unico rito della sua vita, rito a cui subordinava tutto”.
Rito che possiamo imitare, noi così diversi da quei fratelli poveri di cui si narra, noi ancora così radicati e forse più di allora, nei nostri confini. Leggere Annemarie Schwarzenbach.
Partecipare al rito, almeno con la mente, noi viaggiatrici di pensiero più che di azione, seguendo con gli occhi le piste nere di inchiostro dei suoi libri. La scrittura, la mercé che Annemarie ed Ella ricevettero per consentirsi il viaggio. La vita.

titolo originale: Alle Wege sind offen. Die Reise nach Afghanistan 1939-1940
casa editrice: Il Saggiatore
nazionalita': Italia
anno: 2009
pagine: 157 pag
genere: varie
percorso:
disponibile in: eBook
lingua: Tedesco
   
UTILITIES
vota La via per Kabul. Turchia, Persia, Afghanistan 1939-1940
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Dalla parte dell'ombra
La gabbia dei falconi. Tredici racconti orientali (1934-1935)
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  questa scheda e' stata inserita il 01/05/2012 da loreh ed e' stata letta 6161 volte   
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