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Orlando
Autrici
Woolf Virginia

Casa Editrice
Mondadori

Anno
1995

Genere
Romanzo

Risvolto di copertina

Grandissima amica di Lytton Strachey, il più famoso e sottile (anche di figura) autore di biografie che vanti la letteratura inglese di questo secolo, la Woolf si è provata due volte a competere con lui, che aveva dissacrato (la parola non gli piacerebbe) la regina Vittoria e Florence Nìghtingale, stilando due capolavori di prosa lucida, incidendo in maniera subdola ma implacabile sul costume del suo paese.
Ma non di una regina e di una superinfermiera ha scritto le biografie la Woolf, bensì di un cane, lo spaniel Flush, che accompagnò Elisabetta Barrett Browning nella sua fuga da Londra a Firenze, e di un bellissimo giovane aristocratico dei tempi della regina Elisabetta che, vivo e vegeto ancora a metà 700, si trova però trasformato in donna senza troppi traumi psichici né tantomeno interventi chirurgici, per rimanere tale sino all'ultima pagina del libro. Che chiude così: "E' l'oca! gridò Orlando (cambiano gli attributi, il nome resta, scicchissimo per un giovane lord, figurarsi per una lady, appunto Lady Orlando)... " " L'oca selvatica... E mezzanotte batté il suo dodicesimo colpo; il dodicesimo colpo di mezzanotte, giovedi undici ottobre millenovecentoventotto."
Il 1928 è anche l'anno di pubblicazione di questo singolare libro che è insieme un estremamente rischioso esercizio di funambolismo letterario e un'appassionata lettera d'amore. Mi spiego. Virginia Stephen aveva sposato con molta saggezza, la saggezza dei folli che in qualche modo devono difendersi. Leonard Woolf, intelligente, onesto e paziente giornalista politico, uno dei fondatori del partito laburista. Ho detto con saggezza, posso aggiungere anche con amore: con quel tanto di amore inibito che una tremenda esperienza infantile (un tentativo di stupro da parte di un fratellastro) le permetteva. Se il suo alto intelletto l'aiutava a sperimentare tutto nel campo della letteratura, la sua povera carne rimaneva sempre inerte. S'infiammò soltanto quando incontrò una giovane aristocratica di notevoli, non grandi doti letterarie, Vita Sackwille West. Ecco, Orlando è una lettera d'amore di Virginia a Vita. E Orlando è Vita che riesce a conciliare in sé il mascolino e il femmineo, come appunto il personaggio del quale la Woolf ha scritto la biografia. Del resto i gentiluomini di corte di Elisabetta erano apprezzati soprattutto se avevano belle lunghe gambe, le gentildonne del regno di Vittoria non è che avessero diritto di esporle, le gambe, quando si rivestivano per pudore anche quelle delle poltrone e dei tavoli. Ma Orlando è soprattutto una accesa, filata, stupenda metafora dell'Inghilterra nel suo mutarsi sociale e culturale lungo il corso di tre secoli. Senza cadere mai nel pastiche la prosa, più ricca di sangue quando Marlowe sbevazzava alla Taverna della Sirena, si fa più lieve e chiara quando a Lady Orlando può toccare di prendere il tè con Alessandro Pope. E così via.
Si è detto che Orlaudo è una lettera d'amore per Vita Sackville West. Possiamo aggiungere che lo è pure per l'Inghilterra. Virginia Woolf, che alternava periodi di profonda depressione a stagioni di inebriata felicità, ha scritto questo libro in uno dei tempi più felici della sua esistenza. Orlando ha pagine ormai entrate nella antologia ideale della prosa inglese, ricordiamo qui soltanto quelle che descrivono il Gran Gelo di Londra. Ma è una opera tutta felice, nel ritmo, nei colori, nelle luci, negli abbandoni, nelle malizie. E questa felicità si comunica irresistibilmente al lettore.


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