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Risvolto di copertina
Grandissima amica di Lytton Strachey, il più famoso e sottile (anche di figura) autore
di biografie che vanti la letteratura inglese di questo secolo, la Woolf si è provata
due volte a competere con lui, che aveva dissacrato (la parola non gli piacerebbe) la
regina Vittoria e Florence Nìghtingale, stilando due capolavori di prosa lucida,
incidendo in maniera subdola ma implacabile sul costume del suo paese.
Ma non di una regina e di una superinfermiera ha scritto le biografie la Woolf, bensì
di un cane, lo spaniel Flush, che accompagnò Elisabetta Barrett Browning nella sua
fuga da Londra a Firenze, e di un bellissimo giovane aristocratico dei tempi della
regina Elisabetta che, vivo e vegeto ancora a metà 700, si trova però trasformato in
donna senza troppi traumi psichici né tantomeno interventi chirurgici, per rimanere
tale sino all'ultima pagina del libro. Che chiude così: "E' l'oca! gridò Orlando
(cambiano gli attributi, il nome resta, scicchissimo per un giovane lord, figurarsi
per una lady, appunto Lady Orlando)... "
" L'oca selvatica... E mezzanotte batté il suo dodicesimo colpo; il dodicesimo colpo
di mezzanotte, giovedi undici ottobre millenovecentoventotto."
Il 1928 è anche l'anno di pubblicazione di questo singolare libro che è insieme un
estremamente rischioso esercizio di funambolismo letterario e un'appassionata lettera
d'amore. Mi spiego. Virginia Stephen aveva sposato con molta saggezza, la saggezza dei
folli che in qualche modo devono difendersi. Leonard Woolf, intelligente, onesto e
paziente giornalista politico, uno dei fondatori del partito laburista. Ho detto con
saggezza, posso aggiungere anche con amore: con quel tanto di amore inibito che una
tremenda esperienza infantile (un tentativo di stupro da parte di un fratellastro) le
permetteva. Se il suo alto intelletto l'aiutava a sperimentare tutto nel campo della
letteratura, la sua povera carne rimaneva sempre inerte. S'infiammò soltanto quando
incontrò una giovane aristocratica di notevoli, non grandi doti letterarie, Vita
Sackwille West. Ecco, Orlando è una lettera d'amore di Virginia a Vita. E Orlando è
Vita che riesce a conciliare in sé il mascolino e il femmineo, come appunto il
personaggio del quale la Woolf ha scritto la biografia. Del resto i gentiluomini di
corte di Elisabetta erano apprezzati soprattutto se avevano belle lunghe gambe, le gentildonne del
regno di Vittoria non è che avessero diritto di esporle, le gambe, quando si
rivestivano per pudore anche quelle delle poltrone e dei tavoli. Ma Orlando è
soprattutto una accesa, filata, stupenda metafora dell'Inghilterra nel suo mutarsi
sociale e culturale lungo il corso di tre secoli. Senza cadere mai nel pastiche la
prosa, più ricca di sangue quando Marlowe sbevazzava alla Taverna della Sirena, si fa
più lieve e chiara quando a Lady Orlando può toccare di prendere il tè con Alessandro
Pope. E così via.
Si è detto che Orlaudo è una lettera d'amore per Vita Sackville West. Possiamo
aggiungere che lo è pure per l'Inghilterra.
Virginia Woolf, che alternava periodi di profonda depressione a stagioni di inebriata
felicità, ha scritto questo libro in uno dei tempi più felici della sua esistenza.
Orlando ha pagine ormai entrate nella antologia ideale della prosa inglese, ricordiamo
qui soltanto quelle che descrivono il Gran Gelo di Londra. Ma è una opera tutta felice,
nel ritmo, nei colori, nelle luci, negli abbandoni, nelle malizie. E questa felicità
si comunica irresistibilmente al lettore.
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